martedì 9 marzo 2010

Nuvole d'organza bianche e macchie scure

Un concorso, e sei incipit a disposizione per iniziare un racconto con limite di battute. Quale scegliere?
Gli altri concorrenti erano più bravi di me a scrivere,ne ero consapevole, ma non ero disposta a perdere il concorso.
Lessi con attenzione i 6 incipit e una vocina mi sussurrò: " e se quegli inizi fossero in realtà parte di un'unica storia?
Qual è la trama invisibile che li lega?
Mary-lou, tu non ti limiterai ad usarne uno ma li userai tutti e sei." Il colpo di genio che mi serviva!
Così ritagliai gli incipit dal foglio sul quale li avevo stampati e li disposi su un cartellone gigante: fu una specie di caccia al tesoro.
Un'esperienza entusiasmante.
Ecco la storia:
Ps1:gli incipit sono le parti scritte in maiuscolo
Ps2: il racconto è stato scelto e pubblicato nell'antologia " Scrivi con lo scrittore" ;-)

Ps3: un ringraziamento speciale ad Eugenio, per il suo prezioso aiuto nella fase di revisione.

“NUVOLE D'ORGANZA BIANCA E MACCHIE SCURE”.
Sì, se proprio devo dare un titolo alla mia storia, non può essere che questo.
Quest’ organza, candida come la neve, pagata a caro prezzo, è ancora lì, appesa al cielo della mia vita, lasciandomi lividi nell’anima che, come delle macchie scure, lasciano un’ impronta indelebile.
E quand’anche i miei giorni dovessero essere sereni agli occhi degli altri, io, che alla fine ho avuto ciò che volevo, mi porterò appresso il loro ricordo ogni santo giorno della mia vita.
E so che la colpa è soltanto mia.
Lui è di fianco a me, con la sua barbetta incolta e i pochi capelli a coprirgli la testa; aspettiamo su queste poltrone strette e fredde, scomode come gli ultimi tre mesi di attesa.
Tutto arriva in ritardo nella mia vita e io non posso non pensare che quel “ sì” avrebbe dovuto essere un “no”.
Queste mani, che sapevo non si sarebbero mai appartenute.
Questi occhi che sapevo non sarebbero mai riusciti a guardarsi perché troppo ebbri di lei.
Lei, Carla, la mia amica.
NON PIANGO MAI DAVANTI A LUI PERCHE’ SO CHE NON SI DEVE PIANGERE DAVANTI AD UN UOMO.
E’ UNA DI QUELLE REGOLE CHE IMPARI VERSO I SEDICI ANNI INSIEME AD ALTRE CHE NON DIMENTICHI PIU’.QUINDI NON PIANSI QUELLA SERA.
QUELLA FAMOSA SERA.
ABBASSO LO SGUARDO E LUI PENSA CHE MI OSSERVI LA SCOLLATURA. SA CHE MI PIACE ESIBIRLA, SA CHE NE SONO FIERA. LA OSSERVA ANCHE LUI E MI FA UN COMPLIMENTO STUPIDO E INNOCENTE.IO STO PIANGENDO MA E’ UN PIANTO SILENZIOSO E DISCRETO. LE MIE LACRIME HANNO GARBO E DISCREZIONE, SONO LACRIME SAGGE E SALATE di chi per troppo tempo non ha voluto guardare in faccia la realtà. Di chi si è ostinata a pretendere un posto nella vita di un’altra persona.
Adesso che ce l’ho, scritto e confermato da numerosi flash che mi obbligavano a girare la faccia, immortalato in un filmino che non so se mai avrò la forza di guardare,non so onestamente cosa farmene.
Penso che la mia vita potrebbe ancora prendere una rotta diversa se… se soltanto riuscissi a voltarmi.
Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti.

Lo conoscevo fin dai tempi del liceo, lui, Gabriele, così ribelle e divertente.
Amore a prima vista? Oh, non so se si può definire così ma ho sentito un crampo allo stomaco quando ha scelto il posto libero accanto al mio in quell'aula azzurra come
i suoi occhi.Tutto il mio essere è stato percosso da un tremolio, mentre un calore lieve e conturbante iniziava ad avvolgere e penetrare ogni dannatissima cellula del
mio corpo ancora acerbo.Quanto l’ho odiato questo corpo, così diverso da quello di Carla. Lei alta, volto da bambola incorniciato da spessi riccioli rossi e quelle curve sui fianchi e sul seno.
Carla continuava a dirmi che ero bella anch’io, che i miei occhi erano capaci di incantare, e la mia pelle, così morbida e delicata, invitava a dolci carezze. Insomma lei se ne intendeva di queste cose ma io controllavo con angoscia ogni mattina il mio petto, in attesa che germogliasse anche su di me il frutto della femminilità.
Non so perché Gabriele mi avesse scelta come compagna di avventure, forse perché l’unico altro posto libero era quello in prima fila, davanti alla cattedra della professoressa,di certo so che è rimasto accanto a me perché gli passavo tutti i compiti di matematica.
Poi, un giorno, lo squillo del telefono.
Gabriele mi chiedeva di raggiungerlo a casa sua verso sera, i suoi sarebbero
partiti e lui aveva bisogno di parlarmi. Gli stava accadendo qualcosa di strano e io ero l’unica che poteva aiutarlo.
Il mio cuore ha cominciato a gonfiarsi di gioia!
Ho messo il vestito azzurro, quello che copriva appena appena le mie ginocchia scricchiolanti ma che metteva in risalto la mia vita stretta e il sedere a mandolino, almeno così diceva Carla.
Ho salutato le strade e gli alberi che mi separavano da casa sua, sembrava che tutto mi stesse dando il benvenuto nella mia nuova vita.
Sedici anni erano l’età giusta per fare l’amore.Per la prima volta avevo mentito ai miei genitori:
- Vado a dormire da Carla, domani abbiamo compito in classe di latino
- Ma Carla non è all’ultimo anno?
- Sì, infatti, lei è brava in latino!

Per quanto tempo avevo desiderato Gabriele! Ogni notte, prima di addormentarmi, lo sentivo vicino. Immaginavo il suo corpo caldo e forte che mi faceva spazio tra le sue braccia, riuscivo quasi a sfiorare quella sagoma trasparente che, attraverso il nulla, mi restituiva uno sguardo innamorato e sorridente. Mi rigiravo sotto il piumino sforzandomi di dormire, per cancellare quella sensazione di vicinanza che mi faceva tremare il cuore ma trovavo quiete soltanto nell’arresa.
E così iniziavo a sfiorare il mio corpo, immaginando che fosse la sua mano a sentire quel desiderio, a restituirmi quel respiro.
L’urgenza di baciarlo e stringerlo si acquietava soltanto nella folle certezza che un giorno, sarebbe accaduto.
E quel momento era arrivato, sì, quella sera Gabriele si sarebbe dichiarato.
Gabriele e Bianca, per sempre.
Ah, come suonava bene!
Ma com’era diversa la melodia a cui le mie povere orecchie non hanno potuto sottrarsi: era disperato, e io lo dovevo aiutare. Non sapeva cosa gli stava succedendo perché la mia amica, Carla, quella che mi stava sempre appiccicata, sì, quella col seno sempre affacciato al balconcino,quella bella insomma, gli faceva uno strano effetto.
Non faceva che pensare a lei e la sognava tutte le notti.Tutte le notti? Tutte quelle notti in cui io sognavo lui… lui era con lei?
Cercai di inghiottire lo sconforto che mi assaliva fino a nausearmi. Dovevo aiutarlo a convincerla ad uscire con lui.
Lui, che poteva avere tutte le ragazze del liceo, che non si faceva mai problemi a rimorchiare ora l’una oral’altra, diventava timido con Carla? Brutto segno.
Balbettai qualcosa mentre i contorni della stanza iniziaronoa mutare, ad affievolirsi
- Bianca, stai bene?
- Non so, mi gira la testa.
- Vieni, andiamo al balcone, una boccata d’aria fresca ti farà bene.
Le sue dita strinsero le mie e per poco, mi ritornarono le forze. Lo seguii per il corridoio, quanto era bello stare mano nella mano! Forse stava sentendo anche lui che le nostre erano fatte per tenersi strette ma improvvisamente,lasciò la presa, per dirmi che sarebbe andato a prendermi un bicchiere d’acqua.
Rimasi a fissare il parapetto del balcone; avrei voluto raggiungerlo, appoggiarmi,ma il mio corpo iniziava a vacillare, la testa a pulsare e le palpebre diventavano sempre più pesanti.
Sentivo che ogni forza mi stava abbandonando, trascinandomi sempre più in giù, sempre più in giù… QUANDO RIAPRII GLI OCCHI MI RITROVAI D’INNANZI AD UNO SPETTACOLO UNICO, UN IMMENSO PRATO VERDE SI DISPERDEVA ALL’ORIZZONTE.STRANI ESSERI, MAI VISTI IN VITA MIA MI FISSAVANO INCURIOSITI e sorridenti.
Provai a muovermi ma le mie braccia erano legate ad un enorme tronco d’albero.
Erano una ventina di strani esseri marroni, a forma di foglia, disposti in fila per due.
-Chi siete?- esclamai sbalordita, per poi sentirmi una sciocca: stavo sognando, ecco cos’era quell’assurda situazione.
Iniziarono ad intonare, stonando, le note di una marcia nuziale mentre presero a marciare attorno al tronco a cui ero legata.
Quelli delle prime file iniziarono a saltellare, gli altri si buttarono a testa in giù, reggendosi sulle punte e prendendomi in giro dissero: -Dai Bianca, fallo anche tu,guarda le cose al contrario!
NON AVEVO MAI CAMMINATO SULLE MANI e non intendevo farlo neanche adesso. Tanto più che ero legata a quel maledetto albero.
Ok Bianca, stai sognando, non ha senso che ti innervosisci. Vedendo i miei inutili tentativi di liberarmi dai lacci cominciarono a stramazzarsi dalle risate canzonandomi:
-Vuole Carla, Vuole Carla!-
No, quello non era un sogno, era un incubo! Urlai: -Basta adesso!
Non l’avessi mai fatto. Mi si piazzarono davanti con fare minaccioso e le loro voci diventarono un unico coro che ripeteva in tono gutturale e cadenzato –L’albero a cui ti sei legata, per sempre ti lascerà incatenata, per sempre ti lascerà incatenata!
Si buttarono di nuovo a testa in giù, e di nuovo: -Guarda così!-
Ma io rimanevo immobile e così mi diedero le spalle,svolazzando su enormi ammassi di nuvole, sulle quali si posarono per poi allontanarsi e sparire nel cielo.
Iniziai a tremare, il respiro si faceva sempre più forte,come se nei polmoni fosse stata azionata una pompa che iniziava a ventilare in maniera frenetica, a questo ritmo si aggiunsero i battiti del mio cuore finché non sentii qualcosa che mi tirava, tutto tornò a girare, volevo correre,urlare, liberarmi…


- Bianca, svegliati cazzo, dai!
Gabriele stava scuotendo la mia faccia in preda al panico.
A quei tempi, non sapevo ancora che quel breve incubo,frutto di qualche minuto d’incoscienza, era in realtà un triste presagio verso quello sembrava, volevo, essere il mio destino.
Da quella sera, il mio amore verso di lui dovette convivere con la presenza ingombrante di Carla. Non so perché ma, anziché allontanarla, cercavo di trascorrerci
sempre più tempo.
Anche se mi aveva giurato che non nutriva nessun interesse verso Gabriele, mi sentivo minacciata dalla sua presenza.
Ero come divisa in due: da un lato la temevo,dall’altro la adoravo: riusciva sempre a strapparmi una risata, quando ero con lei tutto sembrava così semplice.
Ma davvero sarebbe riuscita a rimanere immune al fascino di lui? E per quanto?


Ed eccomi qui, a rinvangare i ricordi in questa sala d’attesa di un triste viaggio di nozze.
Chissà a cosa sta pensando Gabriele. Continua a rivoltare nervosamente il giornale, sbuffando di tanto in tanto. Ma io lo so che non sta leggendo, che i suoi pensieri,
come sempre, lo portano lontano da me. In luoghi in cui io non potrò mai raggiungerlo, perché io, non sono lei.
Chissà se lui capirebbe se lei fosse davvero qui…
Come lo conosco bene, troppo bene per sapere che non sarà felice con me. E io? Avrei dovuto essere felice quando ha dichiarato:
- Non ti preoccupare Bianca, non ti lascerò nei casini.Siamo sempre andati d’accordo e vedrai che saremo felici insieme.
Casini? Era così che si chiamava questo figlio che portavo in grembo?

Quando Carla, finito il liceo, si era trasferita a Milano,avevo tirato un respiro di sollievo: fuori dalla mia vita e lontana da Gabriele.
Ma lui non se l’era mai tolta dalla testa, nonostante fossero trascorsi due anni. Anch’io la pensavo spesso ma non trovavo il coraggio di telefonare, né di rispondere
alle sue chiamate.
Adesso che se n’era andata, volevo cancellare ogni cosa che la riguardava, compresi i suoi tentativi di dissuadermi dai propositi di conquistarlo.
Io volevo Gabriele, e lui sarebbe stato mio. Punto.
Anche se andava a letto con diverse ragazze, non ero gelosa. Il suo cuore era chiuso in una cassaforte con destinazione Milano, ma io l’avrei aperta prima di farla
giungere alla meta.
Poi, la festa del mio ventesimo compleanno.
Mia madre organizzò tutto, in grande stile. Prenotò una sala in un ristorante vicino casa nostra, un po’ rustico ma molto accogliente.
-Penserò a tutto io tesoro!
Già, pensò a tutto lei. Si diede anche fin troppo da fare perché la sorpresa più grande era anche quella che mai avrei immaginato e voluto.
- Sooorpreeesaaaa!!!
La faccia felice di Carla mi fece sprofondare. Il mio vestito viola, scelto con così tanta cura, diventò pallido e insignificante davanti al tailleur rosso di lei.
Avrei voluto abbassarle la gonna, chiuderle i bottoni della giacca e sentivo già un crampo allo stomaco perché presto sarebbe arrivato Gabriele.
Copriti puttana, copriti! Non ti deve vedere così, vattene!
Lasciami in pace, questa è la mia festa, capito?

Gabriele arrivò puntuale, e, inutile dirlo, s’illuminò alla vista di lei. Mi fece frettolosamente gli auguri per poi chiedermi di farlo sedere al fianco di Carla.
Per tutta la durata della cena non avevo pronunciato parola.
Con la coda dell’occhio spiavo i movimenti e i gesti di lei. Oh, Gabriele era tornato nel pieno del suo splendore facendo il brillante con battute spiritose e io la guardavo come ipnotizzata mentre GLI RIDEVA ADDOSSO, CON LA SCHIENA INARCATA ALL’INDIETRO E I SENI SONTUOSI CHE SOBBALZAVANO OGNI VOLTA CHE LEI RIPRENDEVA
FIATO. TUTTO DI LEI RIDEVA, GLI OCCHI, I DENTI, LE MANI CON QUELLE DITA SOTTILI
E LE UNGHIE CURATE, I CAPELLI CHE SI DIVIDEVANO SCOMPOSTI IN TANTE PICCOLE CIOCCHE DISORDINATE, RIDEVA LA SUA PELLE AMBRATA E PROFUMATA, RIDEVANO LE ORECCHIE CON QUATTRO ORECCHINI IN FILA SUL LOBO, IN ORDINE DECRESCENTE,LE RIDEVANO I FIANCHI, LE COSCE, LE GAMBE MAGRE E MUSCOLOSE E, PERSINO QUEI DELIZIOSI PIEDINI, FORSE APPENA
TROPPO PICCOLI, COME APPARTENESSERO AD UN’ALTRA PERSONA.
“AVREI” VOLUTO MORDERLA, STRAPPARLE LA CARNE A PICCOLI MORSI, INGOIARLA PER FARE FINALMENTE “MIA” QUELLA DONNA CHE “LUI” AVEVA DESIDERATO PER ANNI,TROPPI, QUELLA FEMMINA CHE SOVRAPPONEVA A QUALSIASI ALTRA DONNA, ED ERANO TANTE, TROPPE, CHE SI PORTAVA A LETTO OGNI GIORNO MA CHE LO LASCIAVANO PUNTUALMENTE CON UN INCOLMABILE
SENSO DI VUOTO, SOLO, INSODDISFATTO,A RIFLETTERE E A RIFLETTERSI DAVANTI
ALLO SPECCHIO DEL BAGNO.
No, non potevo diventare come lei. Non ero lei. E questo mi faceva impazzire di gelosia.
Quando si avvicinò per salutarmi, le voltai la faccia. Sapeva quanto mi dava fastidio quando parlava con Gabriele,lo aveva provocato a posta, perché sapeva che mi
avrebbe fatto male. Poi, prima di andarsene, quasi a chiedermi scusa, ci informò che aveva trovato un fidanzato.
Stava con un imprenditore di Milano, che la faceva guidare per corso Buenos Aires con il suo ultimo modello fiammante di berlina tedesca. Cosa c’entrava questo dettaglio adesso? Voleva forse umiliarci? Sottolineare che noi eravamo dei pezzenti di provincia mentre lei adesso faceva la bella vita?
In ogni caso, mi sentii forte. E libera.
Carla aveva sgombrato il campo senza che io dovessi far nulla, anche se l’espressione avvilita di Gabriele mi faceva sentire in colpa per il moto di gioia che provavo io.
Mi sentii perfida, ma era il mio momento, e intendevo
approfittarne.
- Dai Gabry, accompagnami a casa- esclamai decisa.
Annuì stancamente, poi aggiunsi: - aspettami in macchina,arrivo subito.
Scivolai pochi momenti dopo nella sua Golf nera, sventolandogli davanti al naso una bottiglia di prosecco.Scosse la testa:
- No Bianca, abbiamo festeggiato abbastanza, e poi devo
guidare.
- Ehi ragazzo, quando mai ti sei fatto tanti scrupoli a
bere qualcosina in più?
Così stappai la bottiglia e lo invitai ad accostare in un posto tranquillo. Lui arrestò l’auto, preoccupato più che versassi lo spumante sulla tappezzeria che non di ritrovarsi appartato con una ragazza ubriaca di alcool e passione.
Sì, sapeva che avevo una cotta, ma per lui rimanevo la seria compagna di classe, l’amica che lo ascoltava fino allo sfinimento, anche se non c’era più il banco ad unirci.
Lo interrogai con lo sguardo, lui non rispose. Rividi l’alunno impreparato di fronte alla lavagna, nera come il buio che avvolgeva il suo volto, su cui spiccavano, tra il
bianco dell’occhio, l’iride delle sue pupille.
Le luci della città giacevano silenziose e distanti sotto di noi, mentre osservavo le sue labbra che si appoggiavano alla bottiglia. Socchiusi le palpebre immaginando di essere quello spumante che, a lunghi sorsi, scendeva nel suo corpo per poi intorpidire il cervello.
Strinsi forte la maniglia dello sportello, inghiottendo il timore di un rifiuto mentre il mio corpo iniziava a tremare di desiderio.
Finalmente si voltò verso di me chiedendo, senza particolare interesse:
- Allora? Hai espresso un desiderio spegnendo le candeline?
Diventai una furia:
- Non sono più una bambina, non credo a queste sciocchezze!
- Già, sono tutte sciocchezze. Tutte sciocchezze.
- Sei triste?- gli sussurrai mentre mi avvicinavo a lui.
- No, è che non ho voglia di parlare.
- Sì, niente parole, stasera.
Sorrisi, mentre le mie dita gli presero la mano, poggiandola sul mio seno, dalla parte del cuore.D’impulso la ritrasse:
- Bianca, che cavolo stai facendo?
Ma io non lo ascoltavo più. Ero come stordita.
Non fu certo difficile avvicinarmi alle sue spalle larghe,né a sbottonargli lentamente, quasi giocando, la camicia,mentre i miei occhi rimanevano fissi nei suoi.
Sembrava un po’ perplesso all’inizio ma, bastò poco per farlo accendere di passione. Quel che seguì fu una gloriosa esplosione di sensi, affondai come in trance la mia
faccia nel suo collo, respirando forte il suo odore mentre lui fu sopra di me in un attimo, come un animale che si libera dalla prigionia, a cercare con foga le mie labbra,quasi a volermele strappare dal viso e poi le sue mani,dappertutto sul mio corpo, su questo seno che finalmente era sbocciato come un fiore, pronto ad essere
colto e assaporato da lui.
Le mie gambe morbide accolsero con gioia il suo ventre che spingeva forte contro il mio mentre le nostre bocche continuavano a cercarsi ma… improvvisamente, sentii
quelle voci gutturali e cadenzate, iniziavo a vedere il volto di Carla, i suoi occhi neri mi scuotevano fin dentro le ossa, si avvicinavano affamati per baciarmi e sapevo
che lo stava vedendo anche lui, così girai la faccia, chiusi gli occhi, ma sentivo il suo desiderio verso di lei, riuscivo a sentirla gemere mentre muoveva i fianchi sensuale e accattivante come soltanto lei sapeva essere e quando mi penetrò, con rabbia e passione, sentii la risata di Carla, le dita che affondavano nei miei capelli erano quelle curate di Carla e sapevo che lui si sentiva stringere il bacino
dalle gambe magre e muscolose di lei.
Carla, Carla, Carla!
Avrei voluto piangere e allontanarlo da me, ero arrabbiata e sconvolta al tempo stesso, mi sentivo usata ma sapevo che ero stata io a usare lui e ora, al culmine del suo piacere, non potevo che rimanere lì, inerme e schiacciata e, senza versare una lacrima, ho dovuto sentire il nome di lei, come un sussurro, nel suo ultimo respiro di piacere.

Non ti chiederò a cosa stai pensando Gabriele, non l’ho mai fatto.
Così come non mi sono mia voltata per vedere se è qui,dietro a quella vetrata, a guardarmi mentre mi allontano per prendere il volo insieme a te.
Ho asciugato queste silenziose lacrime e voglio prenderti la mano per appoggiarla sul mio grembo bugiardo, per sentire insieme a te, il respiro della vita che ci aspetta.
Spero.
Non saprai mai di quella mattina, quando, avvolta e stretta nel mio abito da sposa, guardavo incerta e agitata Carla, in quella camera complice di tante nostre risate.
Mie e sue.
Mi disse che ero bella da morire. E mi sorrideva, anche se capivo che il suo cuore era a pezzi, come il mio.
Non saprai mai di quelle macchie scure di sangue sugli slip, che imponevano la loro presenza come delle note stonate, poche ore prima di raggiungerti all’altare.
Voglio ricordare un’ultima volta, prima di strappare queste pagine, le mie lacrime e la calma che sentii quando Carla corse in mio aiuto, stringendomi forte tra le braccia.
No, non volevo che chiamasse un medico. Volevo soltanto che mi stringesse, forte, come non aveva mai fatto prima.
Poi, ci guardammo e…. capii.
Capii ciò che avevo sempre rinnegato e combattuto.
Ma le mie labbra, così pericolosamente vicine alle sue,non avrebbero mai pronunciato le verità che ora, sapevo,mi appartenevano.
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Stavo per tornare al parcheggio quando vidi Carla che sifaceva spazio tra la folla per entrare in aeroporto. Non l’avevo mai vista così sconvolta. Cosa ci faceva quella
piantagrane lì? Proprio il giorno in cui la mia Bianca doveva partire per il viaggio di nozze! Le avevo sempre detto di starle alla larga, non mi era mia piaciuta, soprattutto dopo essersi presentata il giorno del suo compleanno senza essere stata invitata e aver fatto la smorfiosa con Gabriele. Ma niente, Bianca l’aveva voluta perfino come testimone di nozze. Come se si fosse dimenticata che Gabriele era innamorato della sua amica da una vita.
Come se non importasse che era incinta e potesse permettersi di mettere a repentaglio il suo matrimonio. Perché era lì? Eh no, non le avrei permesso di rovinare tutto,proprio adesso che la mia Bianca era riuscita ad avere
ciò che aveva sempre sognato!
Così tornai indietro, cercai Carla ovunque finché non riconobbi la sua chioma rossa appiccicata alla vetrata che la separava dalla sala d’imbarco. Piangeva.
A guardarli bene, sembravano fin troppo pensierosi per essere una coppietta in procinto per partire per la luna di miele…ma forse erano semplicemente stanchi. Pregai iddio che nessuno dei due si voltasse… poi, FINALMENTE,
LA LUCE DELL’IMBARCO SI ACCESE ED ENTRAMBI FURONO DISTOLTI DAI LORO
PENSIERI. BIANCA RACCOLSE LA BORSA E LA GIACCA E DANDO UN COLPETTO ALLA SPALLA DI GABRIELE DISSE: “ANDIAMO”.