lunedì 17 novembre 2008

Parole vissute

Sono la mia ossessione.
Il mio piacere sublime.
Vorrei distenderle su questo letto di carta, poterle contemplare, compiaciuta, e offrire le loro sinuose forme alla vostra avida vista.
Ma non posso, non ancora, perché non potrei far altro, ora, che azzannare queste creature imprimendo loro il mio proprio stupido senso, insudiciandone così la loro propria bellezza.
Riuscissi ad immergere vita nello spazio di una frase, riuscissi io a comporre sequenze di sensazioni e immagini tali da farvi esclamare: “Poesia!”
Dilatare gli spazi di un periodo dipingendolo con tonalità emotive sempre diverse…
Oh, potrei chiudere gli occhi e sospirare, ebbra di piacere, poiché sarei giunta laddove l’esistenza avrebbe voluto portarmi: la vetta più alta!
Dicono che tutto quello che mi occorre sia qui, dentro di me, ma mentono: io non basto!
Altrimenti non sentirei straziarmi l’anima nel tentativo di –dire-.

Quello che mi manca, in realtà, è lo sguardo.
Quel modo di guardare alle cose, agli eventi, che le spoglia dalle croste delle consuetudini ed afferrare così il loro senso inedito.
Senso che nessuna descrizione o attribuzione abbia mai raggiunto né toccato.
INESPLORATO.
Ed ecco che esplode il dilemma: il senso è nell’oggetto in sé o è nella parola che glielo attribuisce?
Ma non è questo il punto.

Non posso ascoltarvi, parole, se non dalle labbra della vita.
Per scrivere “piacere” dovrei sentirlo su questa pelle che urla, muta, dovrei respirarle addosso per restituirvi poi, il suo suono colmo: p i a c e r e )))))
Non chiedermi, scrittura, parole che non ho, perché non posso definirti sentimenti che mi hanno escluso dalla loro esistenza.
Scrivere racconti?
Non per me il banchetto di tale voluttà, e pretendere di parteciparvi sarebbe come vestire i panni della mendicante. Patetico!
Le parole mi muoiono in gola prima ancora di divenire forme, immagini e suoni da offrire.
Intrappolate nei lacci della banalità, bloccate sulla soglia oltre la quale voi, parole, divenite strumenti di libertà e meraviglia.
Così mi accascio, mortificata, in un vuoto che non è silenzio.
Perché il silenzio sarebbe già musica.
E pace.

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