lunedì 6 ottobre 2008

IN GINOCCHIO PUTTANA!

Cosa può essere un pacchetto di Tuc mangiato da una signora seduta di fronte a te, in un afoso scompartimento di treno? L'inizio dell'inferno.
Eccolo.

E' nella nebbia che si muovono le mie mani.
Bianco misto a grigio e vapore sulla pelle. Mi immagino nella mia stanza, anche se non riesco a vederne i contorni.
Comincia sempre così la mia voglia di scrivere: una specie di rantolo soffocato in gola e una strana smania mista a dolore e piacere che dalla vagina sale fino all'utero.
Rimane lì a lungo, quella smania, e devo far dondolare delicatamente i fianchi per aiutarla a salire...ma poi, no! Inizio a sentire dei rumori attorno a me.
Contraggo la mandibola, chiudo gli occhi e tappo le orecchie con forza.
Non ho mai saputo come si chiamasse quel bisogno di silenzio che, disturbato dal mondo esterno, diventa mostro distruttore; quella bolla candida di voglia che anzichè esplodere si trasforma in ombra scura, minacciosa, afferra il petto e stringe la gola al respiro.
Scuoto la testa sofferente, come una partoriente che canta lamenti di dolore.
La sconosciuta pensa che sto male, commette l'errore di avvicinarsi a me e inizia a parlarmi e le sue parole mi ronzano attorno come vespe impazzite, sono spine, aghi che penetrano nel cervello, l'agonia stringe il petto e così è un attimo:urlo per liberare quei suoni intrappolati nel ventre e le mie mani si avvinghiano sul collo della sconosciuta.
E' rabbia, violenza e disperazione e stringono, stringono forte, fino a riuscire a comprimere quella circonferenza di collo, sì, più stretto, ancora più stretto...e mentre stringo gli occhi di lei si dilatano in terrore; sento una voce che dal profondo delle mie viscere implora Nooo.. ma poi è smania, pericolo e delizia insieme...un'onda di piacere mi travolge e dà potere alle mie mani che dispongono di vita, ne dispongono per toglierla, ma non c'è intenzione, E' NECESSITA'.
-Ti riduco a silenzio, perché tu, bastarda, devi stare ZIT-TA!
Mollo la presa, troppo facile morire così:li devi sentire anche tu gli aghi che si conficcano nel cervello!
Le mie mani si insinuano nei suoi capelli, adagio, poi, li afferrano con un gesto deciso, come a volerglieli strappare.
Ma non lo farò, no, voglio solo che soffra e abbia coscienza che io sono più forte di lei.
Puttana!
La mia presa le fa contorcere il collo all'indietro, vorrei graffiarla, strapparle le labbra ma l'idea di entrare così dentro al suo essere, di potermi macchiare del suo sangue, mi inorridisce.
Uno schiaffo, sì, un bel ceffone va bene, forte e liberatorio, che le faccia sbattere la testa contro la parete, quel tanto da confonderla, come sono confusa io, ma non fino a perdere coscienza perché lo deve sapere che sono io la regina del suo dolore!

Improvvisamente la nebbia si dirama, linee estranee diventano tratti di contorni precisi e familiari e suoni...le nostre risate Marilena, sì le sento, i nostri abbracci Marilena, sì, li sento, ed esulto al ricordo di complicità e saremo sempre unite, e…

IN GINOCCHIO PUTTANA!
E lei obbedisce e trema scossa da brividi.Il terrore negli occhi che non leggo, perché tiene il capo chino, guarda un punto imprecisato, forse i miei piedi, i miei bei piedi sexy con le dita dritte, li sta fissando, ora ne sono certa, e non può non pensare ai suoi, di piedi, con le dita curvate come artigli di aquila. Anche lì le sono superiore...nella curva di un piede, ed è con questo piede che lancio un calcio, la colpisco al mento, proprio sotto alla mandibola.
E il suo corpo cade di traverso. I suoi capelli lunghi, lisci, neri, si sparpagliano a ventaglio sul pavimento e piange.
Forse piango anch'io, mentre ansimante mi appoggio al letto. E la guardo.
Puttana nella sua vita per bene. Così devi stare, a terra!
Comprendo ora, il mio fastidio verso le parole che scalfiscono i miei momenti di pace:furono quelle che uscirono dalle tue labbra sottili a trafiggermi il cuore in quel pomeriggio di confessione.La tua.


Tu, mia migliore amica.

Mi sento ancora mentre recito sicura:
-So tutto. Ho parlato con Carlo, ora, voglio proprio vedere fino a che punto avrai il coraggio di essere sincera tu!
Un bluff...
BINGO!
...e fango. Una valanga di fango.
Quel pomeriggio non ci furono schiaffi, né urla, né calci.
Ci fu dignità, la mia. E silenzio.
Non so quale amore mi spinse ad avere compassione...in quei momenti eri solo una donna fragile che piangeva e chiedeva perdono.
Non potei far altro che accogliere il tuo corpo tremante per stringerti in un abbraccio.
I tuoi occhi chiedevano: " Come puoi?" Eri confusa.
Brucia ancora la domanda,col significato inverso, che non ho mai rivolto a te:
" Come hai potuto, tu?"

Il dolore non si scioglie in lacrime neanche oggi, in questo afoso scompartimento di treno, con la signora di fronte a me che sgranocchia i suoi Tuc.
Non voglio che qualcuno mi veda piangere.
Sono una donna felice e sicura, che ha perdonato.
Devo ricordarmelo questo.
Sempre.

2 commenti:

Runa ha detto...

Ciao Sole..
per me sarebbe un onore legger le mie posie da te..
son lieta ed onoraa ella tua rikiesta..
qindi non posso far altro che dirti di si..ringraziandoti di cuore..
Buon sabato pomeriggio da Runa*

Mary-Lou ha detto...

Oooopssss...
Mi ritrovo tue risposte ovunque...che mi arriverà anche per posta?;-)

Non devi ringraziarmi di nulla cara Runa.
Lo faccio con piacere.
Grazie a te per la disponibilità!
A presto!
Mary-Lou