
Incipit tratto e adattato da " La metamorfosi" di F. Kafka
Camilla Branzi, destandosi un mattino da sogni inquieti, si ritrovò trasformata, nel suo letto, in un' enorme bambola gonfiabile.
Se ne stava distesa sul dorso, cosa insolita per lei che aveva l’abitudine di dormire a pancia in giù e se sollevava appena il capo poteva vedere il suo ventre liscio e teso al quale stavano attaccate le gambe: due grossi salsicciotti rosei.
L’attaccatura delle gambe era netta, formando una specie rientranza, come se non facesse parte della normale prosecuzione del corpo ma fosse una parte a se stante.
Cosa mi è accaduto? pensò.
No, non era un sogno.
Era talmente gonfia che faceva fatica a respirare. Riuscì ad alzarsi dal letto, facendo fatica a mantenere l’equilibrio: i suoi piedi erano appuntiti ma, appoggiandosi ai mobili, riuscì a raggiungere lo specchio. Con sgomento osservò la propria immagine riflessa: la sua faccia era come paralizzata, riusciva appena a riconoscerne gli occhi, lo sguardo puntava dritto e anche se riusciva a guardarsi attorno, le sue pupille restavano immobili.
Dov’erano finiti i suoi bei capelli lunghi e morbidi? la cosa che più la lasciava sgomenta era la bocca che rimaneva sbarrata nonostante i suoi tentativi di chiuderla o muovere le labbra.
Non era possibile che tutto ciò fosse reale, cercò di ricordare se la sera precedente avesse esagerato con il vino o se avesse assunto una dose eccessiva di ansiolitici, ma no, assolutamente no, era andata a letto presto per via del provino…oddio, il provino, e adesso come faccio a presentarmi?
Dopo molta fatica riuscì ad aprire l’armadio ma accantonò immediatamente l’idea di poter nascondere il proprio corpo. Anche se fosse riuscita ad infilarsi i pantaloni e una maglia larga, non avrebbe potuto nascondere il viso e quella maledetta bocca spalancata ad O.
Frastornata si avvicinò alla finestra e con enorme sorpresa vide che anche tutte le altre donne erano diventate bambole gonfiabili, e giravano per strada nude con le due fessure, bocca e vagina, completamente spalancate.
Ma cosa diamine sta succedendo qui?
Non riusciva a credere ai suoi occhi. Come facevano a girare per strada in quello stato? E soprattutto, come mai nessuno sembrava rendersi conto di quella anomalia?
Dove era finita, lei? Con lo sguardo perso in quel via vai di donne plastificate si sentì assolutamente anonima. Uguale, era uguale a tutte le altre, poi, un pensiero la pietrificò: Carlo, suo marito, il pranzo da preparare, come avrebbe reagito vedendola in quello stato?
Attese, distesa sul letto, l’ora di pranzo. Carlo arrivò, come sempre, in ritardo. Si vergognava per quel suo aspetto, così gonfio, così spudoratamente nudo,quasi che tutto il corpo fosse un urlo di vergogna. E quella vergogna la sentiva così profondamente sua, la vergogna dell’impotenza, dell’essere così “aperta”. Riuscì a coprire la fessura della vagina con il lenzuolo, prima che Carlo entrasse in camera, dopo averla chiamata, invano, diverse volte.
“Camilla, Camilla! Ah ecco, sei qui, ma che ci fai a letto a quest’ora? Stai poco bene?”
Camilla tremava, lui si sarebbe spaventato, avrebbe spalancato la bocca, come la sua, poi si sarebbe avventato su di lei e le avrebbe chiesto cosa fosse accaduto, e lei gli avrebbe spiegato, sarebbe scoppiata a piangere e lui, dopo essersi calmato, avrebbe iniziato a ragionare e trovare soluzioni.
Ma lui non si accorse di nulla. La baciò sulla fronte, farfugliò qualche scusa riguardo al suo ritardo, era quasi sollevato che lei non avesse preparato nulla perché tanto avrebbe mangiato un panino al volo con un collega, che lo stava aspettando in macchina.
Camilla adesso davvero non capiva più nulla. Possibile che lui non si fosse accorto? E se soltanto lei fosse in grado di vedere il suo aspetto? Se fosse tutto soltanto un’allucinazione?
Carlo parlava e parlava, e lei non riusciva a rispondere, costretta a quell’espressione spalancata e imbarazzante che non riusciva ad emettere nessun suono. Va bene l’aspetto, ma come era possibile che lui non si accorgesse che lei non rispondeva?
Carlo guardami, guardami per la miseria, guarda cosa mi è successo!“
"...così l’intervento è andato bene, ma è stata davvero dura. Ci vediamo stasera tesoro.“
Infilò una camicia pulita, e scomparve oltre la soglia, con la stessa fretta con cui era entrato.
Non si è accorto di nulla. Ha parlato come se io non esistessi, Cosa mi è successo? Cosa diamine è successo?
Le ore si trascinarono lente. Camilla rimase immobile a fissare il soffitto, ad attendere la sera, anche se davvero non pensava che le cose sarebbero cambiate. Ammutolita in quel corpo di plastica si sentiva come paralizzata. Non c’erano soluzioni, non ce n’erano mai state forse, ma almeno prima avrebbe potuto lottare. Adesso invece? Sarebbe rimasta sdraiata in quel letto tutta la vita? Il suo uomo avrebbe fatto finta di averla accanto per sempre?
Si sentiva incredibilmente sola, trovava tutta quella situazione assurda e ingiusta.
Da cosa avrebbe potuto distinguerla adesso Carlo? Si era ridotta ad essere riconosciuta dalle dimensioni di un buco?Come faceva a non accorgersi che lei non partecipava alle conversazioni?
Seguirono altre ore e poi giorni,e poi mesi e sempre il soffitto bianco ad invadere gli occhi, la mente, i ricordi. Tutto divenne immobile, dentro. Lontano.
La plastica sembrava indurirsi e con il passare del tempo respirare diventava sempre di difficoltoso poiché le vie respiratorie si assottigliavano sempre di più. Brevi bocconi di aria, per andare avanti. Ma verso dove?
Il suo cellulare continuava a squillare, gli avvisi dei messaggi in segreteria lampeggiavano. Quella luce rossa, a intermittenza, le ricordava l’ambulanza. Allarme. C’è allarme, aiuto. Gente che non ti conosce eppure ti soccorre, spieghi il tuo male e l’estraneo ha la soluzione, ha studiato per questo, è bravo e tu ti affidi.
Ma Camilla non conosceva il suo male. Si era ritrovata trasformata, da un giorno all’altro. Quali parole poteva avere una bambola gonfiabile? Chi avrebbe fatto delle domande ad una bambola gonfiabile? Aveva diritto poi alle preoccupazioni altrui?
Le rare volte che si avvicinava allo specchio cadeva in uno stato di disperazione ancora più profondo. Qualcosa in lei sperava in un miracolo come se, improvvisamente, potesse ritornare quella che era prima ma, ogni volta il riflesso era lo stesso: roseo, teso ,perfettamente liscio e vergognosamente impacciato e sfacciatamente volgare e così, così dannatamente impotente e patetico!
Patetico. Tutto così tristemente patetico.
Questi i suoi pensieri mentre barcollava verso il letto. Poi, un’immagine iniziò a tormentarla. Al tormento seguì un sorriso invisibile e sollevato. Lo avrebbe fatto. Al momento giusto, lo avrebbe fatto.
Carlo continuava la sua vita, si preparava da mangiare e tornava allegro. Le sue parole erano gocce fresche, così leggere. Evanescenti. Qualcuna le cadeva sul corpo e scivolava, lentamente, sul lenzuolo. Come le sue carezze, che la raggiungevano da ricordi lontani, così distanti. E lui che continuava a spingere e spingendo la costringeva a scivolare sempre più lontano, fino a toccare la testata del letto e sentirsi schiacciare contro il ferro.
Era il momento giusto. Sarebbe stato un gesto plateale, patetico quanto quell’affannarsi di Carlo: riuscì a scivolare dal letto ed alzarsi. Con le spalle al muro si spostò verso sinistra, la plastica strideva contro la carta pareti provocandole un piacevole senso di calore. Carlo era rimasto perplesso, poi aveva sorriso, in modo malizioso. Aveva capito, e così, piano piano, le veniva vicino.
Non ancora, non adesso, ancora qualche centimetro.
Finalmente raggiunse il punto desiderato. Il punto in cui giorni prima era riuscita togliere il quadro che li ritraeva sorridenti. Il punto in cui adesso rimaneva soltanto un chiodo e sul quale lei aveva dolcemente appoggiato il capo.
Spingi adesso, amore mio.



