venerdì 13 febbraio 2009

Oceano

E' ogni notte lo stesso sogno...
Occhi di Oceano che s'immergono in quelli miei, di terra e lacrimoso fango.

E' un attimo, eppure è tutto.

Coscienza che non perdona violento anelito d'amore.
E brama oltre ogni misura e confine.
Scavalca l'invisibile e il muto suono che ci divide.
Orecchie per ascoltare parole che non dici.


Terra sorride: "Cosa posso fare per te? ( e tu, farai qualcosa per me?)"
Oceano sorride : "Amami! (sono qui per amarti!)"

Così Oceano e Terra si prendono per mano e guardano insieme, verso il sole.

Poi mi sveglio e mi ritrovo quì.
In questo corpo vigile e affamato.
Altri corpi si avvicinano, si offrono, bramano la mia carne e mi offrono la loro, con discrezione.
Ma io schivo, allontano, scanso labbra e accavallo strette le gambe: NO.
Desiderio non bussa alla mia porta.
Le incrinature di terra secca sono ferite che potrebbero spaccarmi in due.

Desiderio non è veglia, è abbandono.Che giunga colui che mi strappi da me stessa.
Non voglio rimanere quì.

Oceano vieni, è una vita che aspetto i tuoi impeti, non temo gli abissi oscuri della tua anima.
Torniamo in alto, torniamo al sole.


Non badare alla mia mano che trema ; le spalle che cercherò di voltarti sono la forza di abitudini che non ti riguardano.

Non chiedermi il permesso, non te lo darei.

Il sapore delle mie lacrime mi fa ancora sperare...
perchè se muore la nostalgia di te,
ho perso.

venerdì 9 gennaio 2009

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La felicità non viene mai dai pensieri
ma dall'essere posseduti dal fuoco interiore


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martedì 16 dicembre 2008

Il mio dicembre a Bolzano...












lunedì 15 dicembre 2008

A Silvia (G.Leopardi)

Una delle cose che il tempo non può scalfire è la bellezza di una poesia.
Questa è quella che ho amato di più.


Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

Giacomo Leopardi

Desolazione del povero poeta sentimentale (S.Corazzini)

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.


Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.


Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l'aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.


Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.


Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.


Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.


Sergio Corazzini

giovedì 4 dicembre 2008

Trilogia di raduno 2° parte...

con un leggero ritardo rispetto al forum...

http://www.scrivereinmovimento.org/ftopict-1334.html

mercoledì 3 dicembre 2008

"Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita"


(A. Einstein)